SAN LEOPOLDO «NELLA CARITÀ È STATO UN GIGANTE»

Scritto da Padre Giovanni on .

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SAN LEOPOLDO «NELLA CARITÀ È STATO UN GIGANTE»

Omelia di S.E card. Angelo Comastri  
Vicario generale di Sua Santità per la Città del Vaticano - Arciprete della basilica papale di San Pietro


Il 16 ottobre 1983, nell’omelia della Canonizzazione, Giovanni Paolo II si espresse così: «San Leopoldo non ha lasciato opere teologiche o letterarie, non ha affascinato con la sua cultura, non ha fondato opere sociali. Per tutti quelli che lo conobbero, egli altro non fu che un povero frate: fragile, malaticcio. La sua grandezza è altrove: nell’immolarsi, nel donarsi, giorno dopo giorno, per tutto il tempo della sua vita sacerdotale (cioè per 52 anni), nel silenzio, nella riservatezza e nell’umiltà di una celletta-confessionale».

La sua statura fisica – come tutti sanno – non superava un metro e trentacinque centimetri, ma, davanti a Dio, la vera statura di una persona è la statura della carità: nella carità, padre Leopoldo è stato un gigante ed è per questo che noi lo ricordiamo con tanta ammirazione.
Raccontano che, una volta, un uomo di Padova, che non si confessava da diversi anni, decise di andare a confessarsi da padre Leopoldo attratto dalla fama del frate cappuccino. L’uomo era timoroso e confuso ed era quasi tentato di ritornare indietro. Padre Leopoldo, appena lo vide, si alzò dalla sedia e gli andò incontro con il volto sorridente e, come era suo solito, gli disse: «Si accomodi! Si accomodi!». L’uomo, commosso e impacciato andò a sedersi nella sedia del confessore. Padre Leopoldo, allora, senza la minima esitazione, si inginocchiò per terra e, in quella posizione, ascoltò la confessione del penitente.
Quando l’uomo, alla fine, si rese conto di ciò che era accaduto, si commosse profondamente e nella sua anima rimase indelebile il ricordo della bontà e dell’umiltà di quello straordinario confessore. Le anime si conquistano così!
Papa Francesco giustamente ha affermato: «La confessione è lo stupore di incontrare qualcuno che ti sta aspettando. Dio è Colui che ti anticipa. Lo stai cercando, ma Lui ti cerca per primo».
Nella Chiesa e, soprattutto, nei sacerdoti, deve rendersi visibile questo straripante amore di Dio che instancabilmente cerca le pecore smarrite, incurante dei sacrifici e dei disagi che la ricerca comporta.
Papa Francesco, nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, ha ricordato una densa e lucida affermazione di Benedetto XVI, che dice così: «La Chiesa non cresce per proselitismo, ma per attrazione» (EG 14).
E che cos’è che attrae? Soltanto l’amore intensamente vissuto. Del resto, Gesù a chiare note ha affermato: «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, affinché il mondo creda» (Gv 17,21). […]
Padre Leopoldo «voleva portare tutti in paradiso», secondo la felice espressione di san Francesco d’Assisi. E la sua mano tesa verso i peccatori non si stancò neppure pochi minuti prima della sua morte. Infatti, a colui che lo assisteva nell’ultima notte tra il 29 e il 30 luglio 1942 e che ebbe l’ardire di chiedergli di confessarlo, padre Leopoldo prontamente rispose: «Eccomi! Eccomi!».
A imitazione di Gesù, si spese per gli altri fino all’ultima briciola delle sue forze: questa carità eroica, purtroppo, oggi si è rarefatta ed è urgente recuperarla.

Ma nasce spontanea una domanda: che fine ha fatto la sua vocazione ecumenica? Come ha risposto alla voce di Dio che – secondo le sue testuali parole – lo chiamava a pregare e a promuovere il ritorno dei dissidenti orientali all’unità cattolica?
Va sottolineato il fatto che padre Leopoldo ha sempre sentito nel cuore il desiderio ardente di ritornare nel suo «Oriente» per vivere, in mezzo ai suoi, la passione e l’immolazione per l’unità di tutti i discepoli di Gesù.
Questo desiderio lo metteva in perfetta sintonia con il Cuore di Gesù, che nell’ultima cena, con parole accorate, chiese al Padre l’unità di tutti coloro che avrebbero creduto in Lui. E ogni cristiano, nella misura in cui è vero cristiano, non può non sintonizzarsi con questo desiderio di Gesù.
Padre Leopoldo, attraversato dall’eco viva della preghiera di Gesù, il 18 giugno 1887, quando aveva 21 anni ed era studente a Padova, si sentì personalmente chiamato a impetrare da Dio il ritorno del «suo popolo» all’unità della fede cattolica. Ma come?
Il suo cuore sognava di potersi spendere tra la sua gente in terra d’Oriente, spargendo carità, bontà e preghiera come semente di unità. Ma le circostanze, le condizioni di salute e, di conseguenza, l’obbedienza aprirono una via inattesa al compimento del voto.
Il grande pensatore ebreo Martin Buber (†1965) un giorno ebbe a dire: «Tutto si trova dove ci si trova». Padre Leopoldo, con la luce dell’umiltà, lo capì e il suo Oriente divennero il confessionale e l’altare; e attraverso l’incontro della confessione e attraverso la celebrazione eucaristica il fuoco di amore che aveva nel cuore, preparava il terreno per il futuro abbraccio del «suo popolo» in un unico popolo di Dio: e così il voto pronunciato nel lontano 1887 si rea lizzò pienamente.
Ma come andarono esattamente le cose? Negli Annali dei Cappuccini Veneti dell’anno 1923 testualmente leggiamo: «Il Rev. Padre Leopoldo da Castelnuovo nell’insegnamento e nella predicazione non riesce, essendo fortemente balbuziente, di debole costituzione e nano. Nella confessione, però, esercita un fascino straordinario e questo per la sua forte cultura e per il fine intuito e, specialmente, per la santità della vita».
E così, i superiori lo destinarono definitivamente a Padova: dovette essere un autentico terremoto interiore per Padre Leopoldo, ma i santi fanno esplodere l’obbedienza e la trasformano in un più forte amore. Infatti, Padre Leopoldo più volte dichiarerà: «Ogni anima che chiederà il mio ministero sarà il mio Oriente». […]
Non perdiamo altro tempo: seguiamo l’esempio dei santi!


(Omelia della solenne concelebrazione eucaristica nella festa di san Leopoldo, Padova, 12.5.2014. Adattamento a cura della redazione di ‘Portavoce di san Leopoldo Mandić’)

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