Il cammino verso l’unità. Crisi e sfide

Dopo il fervore ecumenico acceso dal Concilio Vaticano II e dai primi entusiasmanti risultati ottenuto dai dialoghi teologici tra cattolici, protestanti e ortodossi, si è entrati in una stagione «fredda». Come se «oltre» non si potesse sperare di andare. L’ecumenismo sembra segnare il passo; tanto che c’è chi si chiede se l’unità tra i cristiani non sia un’utopia irrealizzabile.

Eppure, il cammino ecumenico compiuto sino a oggi è stato enorme. Se pensiamo che ci sono voluti mille anni perché Paolo VI e Atenagoras, il Papa cattolico e il Patriarca ecumenico (ortodosso), si riabbracciassero dopo le rispettive scomuniche dei loro predecessori, si capisce quanto cammino si sia fatto. Altri gesti analoghi sono stati compiuti, numerosi problemi teologici sono stati appianati, soprattutto con l’Ortodossia e le antiche Chiese d’Oriente. Questioni più delicate rimangono aperte con il protestantesimo (tra cui quella dei ministeri ordinati e quindi della struttura gerarchica della Chiesa; sebbene non poco significativo è stato il documento congiunto sulla Giustificazione tra la Chiesa cattolica e i luterani).

Il problema è che tante affermazioni di principio non hanno modificato significativamente la mentalità e la prassi delle Chiese. Inoltre, lo spirito ecumenico è come appannato dal clima culturale contemporaneo che spinge singoli, gruppi e nazioni a sottolineare la propria identità in maniera gretta a scapito di una visione più ampia e più vera. Anche le Chiese rischiano di cadere nella stessa tentazione, ossia difendere la propria identità a scapito della comunione reciproca. È soprattutto una concezione riduttiva della “identità” che ostacola l’apertura al dialogo, quando per identità si intende non ciò che è più fondamentale e qualificante (e quindi patrimonio pressoché comune) nella vita delle Chiese, ma solo ciò che distingue l’una dalle altre (spesso elementi secondari e periferici).

La sfida sta nell’allargare la coscienza del patrimonio comune che comunque le Chiese hanno, perché soltanto in tale prospettiva è possibile un futuro di vera comunione e di fedeltà al Vangelo. È urgente perciò la riaffermazione dello spirito che ha guidato i grandi protagonisti dell’ecumenismo, ossia cercare ciò che unisce prima di quello che divide. Papa Giovanni XXXIII, affermava Giovanni Paolo II, «era solito dire che ciò che ci divide come confessori di Cristo è molto minore di quanto ci unisce. In questa affermazione è contenuta l’essenza stessa del pensiero ecumenico. Il Concilio Vaticano II è andato nella medesima direzione... Esistono dunque le basi per un dialogo, per l’estensione dello spazio dell’unità, che deve andare di pari passo con il superamento delle divisioni, in grande misura conseguenza della convinzione del possesso esclusivo della verità».

 

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