LA MISSIONE ECUMENICA DI SAN LEOPOLDO

on .

Santuario5

Santuario6

 

 

Omelia di S.E. il card. Walter Kasper
(Presidente emerito del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani)

«Amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio» (1Gv 4,7). «Amore»: che parola! Chi non cerca «amore»? Chi non lo desidera? Chi non ne sogna? Ma quante delusioni e quante lacrime si versano?

SOLO L’AMORE RIMANE

Se si volesse essere scettici, si potrebbe dire: l’amore è un bellissimo sogno nella primavera della vita; però, per il resto, le fioriture rimangono spesso un sogno vuoto. Purtroppo.
Ma, su questo punto, il brano della lettera di Giovanni ci contraddice. Dice: «Noi abbiamo creduto all’amore» (cf 1Gv 4,16). L’amore, infatti, non è solo una realtà di questo mondo. Dio stesso è amore, e ogni vero amore è un riflesso e una scintilla dell’amore divino. Dio, puro amore, ci ha creati per amore. Dio è andato anche oltre. San Giovanni scrive: «In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1Gv 4,10). Dio ha infuso il suo spirito d’amore nei nostri cuori, cosicché anche noi dobbiamo e possiamo amarci gli uni gli altri. San Paolo aggiunge che, alla fine, tutto passa, solo l’amore rimane (cf. 1Cor 13), e perciò solo le opere dell’amore rimangono. Alla fine soltanto ciò che abbiamo realizzato, in quanto amore e carità, manterrà il suo valore.
Così, cari fratelli e sorelle, l’amore è la somma di tutta la «buona novella» del vangelo e il riassunto di tutta l’esistenza cristiana.
Dare la propria vita, persino sacrificare la propria vita per Dio e per gli altri: era la vita di san Leopoldo. Veniva dalla Dalmazia, terra di molti conflitti lungo la storia: conflitti tra cristiani e musulmani; conflitti anche tra fratelli cristiani, ortodossi e cattolici, tra la cristianità occidentale e quella orientale.
San Leopoldo sentiva fortemente la vocazione del tutto personale di «dare la vita» per questi fratelli ortodossi, separati da noi da mille anni, separati – come disse il concilio Vaticano II – a causa di mancanza d’amore dalle due parti (cf. Unitatis Redintegratio, n. 3). Ebbene, san Leopoldo voleva guarire questa profonda ferita nel corpo di Cristo; voleva diventare missionario e apostolo per questi fratelli. Però, la salute debole, la volontà dei suoi superiori e, soprattutto, il desiderio degli stessi padovani (di riaverlo tra loro, ndr) non glielo permisero. Leopoldo era uomo umile e ubbidiente. Si abbandonò alla volontà di Dio, diventando «apostolo» dei padovani, «missionario» nel confessionale.
Le anime del popolo di questa città diventarono il suo Oriente, dove si sacrificò e consumò per gli altri.

IL BUON PASTORE DÀ LA PROPRIA VITA

«Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15,13): questo è l’esempio che Gesù ci ha dato; questo era sequela di Cristo per san Leopoldo.
Così arriviamo alla seconda espressione, che mi ha toccato il cuore, impressionandomi tanto quando ho letto i testi della liturgia di oggi. Gesù dice: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore» (Gv 10,11).
Gesù usa un’immagine ben conosciuta dai suoi uditori. I patriarchi del popolo d’Israele erano «pastori». Lo stesso Dio per loro era «pastore» del suo popolo; un pastore che vuole riunire un gregge disperso, che vuole custodire le pecore piccole, guarire le ferite delle pecore malate, difendere tutte contro ladri e briganti, che vuole guidare tutte a pascoli verdi e sicuri.
Gesù è il buon pastore. Lui conosce le sue pecore e loro lo conoscono. Gesù conosce ognuno di noi per nome e vuole riunire tutti in un solo ovile e sotto un solo pastore. Gesù, cioè, vuole l’unità della Chiesa che è il popolo di Dio. Perciò – come disse il beato papa Giovanni Paolo II – credere in Gesù significa anche credere nell’unità della Chiesa; e credere in lui significa volere l’unità della Chiesa. Alla vigilia della sua morte Gesù ha pregato e ci ha lasciato come suo testa mento: che tutti «siano una sola cosa» (cf. Gv 17,11).
La divisione tra i cristiani – come affermò il concilio Vaticano II – «non solo contraddice apertamente alla volontà di Cristo, ma anche è di scandalo al mondo e danneggia la santissima causa della predicazione del vangelo a ogni creatura» (Unitatis Redintegratio, n. 1). Pertanto impegnarsi per l’unità di tutti i cristiani non è un appendice alla vita e alla missione della Chiesa, non è un articolo di lusso o una pura opzione di alcuni; l’impegno ecumenico è un dovere e un sacro obbligo di tutta la Chiesa e di ogni cristiano. La scelta ecumenica – come ha detto il beato papa Giovanni Paolo II – è una scelta irrevocabile e la via ecumenica una via irreversibile della Chiesa cattolica.
San Leopoldo visse prima del concilio, in un periodo in cui la parola «ecumenismo» era ancora strana e pure contrastata nel vocabolario cattolico. Eppure, durante la sua beatificazione, papa Paolo VI lo chiamò «ecumenico ante litteram», cioè «ecumenico» prima di parlarne e di scriverne. Egli non conosceva i testi del concilio e il vocabolario ecumenico, ma conosceva Cristo e desiderava seguirlo, e così sentiva l’urgenza della riconciliazione tra i cristiani separati, affinché si realizzasse «un solo gregge e un solo pastore» (Gv 10,16). Come afferma qualche testimonianza messa agli atti della sua beatificazione, possiamo dire che era davvero «un pioniere e missionario dell’odierno movimento dell’unione tra i cristiani».
Malgrado san Leopoldo non conoscesse la parola «ecumenismo» e non fosse mai andato a incontri ecumenici, divenne un patrono dell’ecumenismo. Anche santa Teresa di Lisieux, dopo la sua entrata nel Carmelo di Lisieux, mai partì per le missioni; e tuttavia divenne patrona della missione. La stessa cosa avvenne con la beata Gabriella Sagheddu, monaca trappista di Vitorchiano, che morì nel 1939, all’età di soli 25 anni, senza aver mai partecipato a riunioni ecumeniche; eppure fu dichiarata patrona dell’ecumenismo da papa Giovanni Paolo II, perché diede la sua vita per l’unità.
I santi hanno un modo loro proprio di gestire le cose. Non agiscono secondo le regole di questo mondo, ma si affidano al potere della preghiera e del sacrificio; si affidano a Dio, la cui onnipotenza si rivela e si realizza nella mitezza dell’amore, nel perdonare e nel riconciliare.
Così, il cuore dell’ecumenismo non è la diplomazia ecclesiastica ma l’ecumenismo spirituale, che secondo san Leopoldo significa ecumenismo della preghiera, della conversione, della penitenza e del sacrificio, cioè del dare e sacrificarsi per gli amici. A questo ecumenismo spirituale ognuno di noi può contribuire, nella convinzione che l’amore vince tutto.

LA «MISSIONE» DI SAN LEOPOLDO CONTINUA

Oggi san Leopoldo ha di nuovo la sua missione. L’ecumenismo ufficiale – che nella Chiesa cattolica è cominciato con grande entusiasmo circa 50 anni fa e in seguito al concilio Vaticano II – si trova in una situazione non facile. Con la grazia di Dio abbiamo raggiunto molti risultati, soprattutto nei rapporti con le Chiese orientali. Siamo stati in grado di superare la sfiducia e molti malintesi, costruendo ponti di fiducia e di amicizia. Abbiamo capito che, nei drammi di oggi, i cristiani non possono più stare gli uni contro gli altri, né rimanere indifferenti gli uni agli altri. Dobbiamo camminare gli uni accanto gli altri e dare insieme testimonianza della nostra fede in Cristo e nel suo vangelo d’amore. Dobbiamo cooperare e combattere insieme per i valori cristiani d’Europa, per la vita di ogni persona umana. Dobbiamo impegnarci per la giustizia e la pace nel mondo.
Bisogna essere grati per questo progresso. Ma non abbiamo ancora raggiunto la meta; la via ecumenica non è ancora arrivata al suo traguardo. Uno scisma di mille anni non si supera in alcuni anni. Dopo il lungo processo di allontanamento, ci vuole un processo di riavvicinamento, il quale probabilmente durerà più di quanto, nel primo entusiasmo, abbiamo immaginato. Dobbiamo imparare che non siamo noi che facciamo l’unità con le nostre forze umane.
Alla vigilia della sua morte, Gesù non ci ha comandato: «Fate l’unità». Invece, ha pregato «che tutti siano una sola cosa» (Gv 10,30). Dunque, l’unità non si può fare oppure organizzare; l’unità si fa unendosi alla preghiera di Gesù e rendendola la nostra stessa preghiera. L’unità si realizza percorrendo con Cristo la via crucis e sacrificandosi per gli altri e per tutti.
Così per san Leopoldo la celebrazione eucaristica – dove il sacrificio di Cristo diviene presente – e il sacramento della riconciliazione – che amministrava con tanto zelo – erano passi essenziali per promuovere l’unità. Mano a mano aveva compreso che il suo servizio umile al confessionale era il suo modo di vivere l’apostolato ecumenico. Infatti non c’è ecumenismo senza conversione. Non solo la conversione degli altri cristiani, ma innanzitutto la nostra conversione.
Cari fratelli e sorelle, l’ecumenismo spirituale è di grande attualità nel nostro tempo. C’è un malinteso molto diffuso, secondo cui chi fa ecumenismo diventa meno cattolico. È vero il contrario! Non si fa l’unità abbandonando la propria fede, ma anzi attualizzandola nella preghiera, nella conversione e nella penitenza, sacrificandosi per gli altri in unione con Cristo nell’eucaristia. Quest’ultima è il sacramento dell’«unità», come la penitenza è il sacramento della «riconciliazione».
Non la mediocrità unisce, ma solo la santità. Solo l’amore può superare tutto. Crediamo dunque all’amore di Dio, che vuole che ci sia un solo ovile e un solo pastore. Amen.

(Omelia della solenne concelebrazione eucaristica nella festa di san Leopoldo, Padova,
12.5.2011. Adattamento a cura della redazione di ‘Portavoce di san Leopoldo

 

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy Se vuoi saperne di piu o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.

  Accetto cookies da questo sito.
Cookie Information