SAN LEOPOLDO “MENESTRELLO” DI RICONCILIAZIONE

Scritto da Padre Giovanni on .

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Omelia di mons. Mansueto Bianchi

(Vescovo di Pistoia, presidente della Commissione per l’ecumenismo e il dialogo della Conferenza episcopale italiana)

«Io sono il buon pastore… e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore» (Gv 10,14-16).

Sorelle e fratelli miei,

c’è una immagine non dichiarata, eppure tenace, che sottostà al brano evangelico adesso proclamato: è quella dell’Agnello che diventa Pastore. Gesù dice: «Io do la vita per le mie pecore». È l’atto tipico che il vangelo di Giovanni riferisce a Gesù come «Agnello di Dio»; e aggiunge «quelle io devo guidare», che è l’azione tipica del pastore.

L’Agnello che diventa Pastore: quasi un ossimoro, certo una immagine paradossale; ma anche un codice, una chiave che ci apre l’accesso a quanto stasera viviamo.

Stasera l’Agnello diventa nostro Pastore. Lo diventa attraverso il servizio della Parola, il dono povero, inerme del Vangelo che abbiamo ascoltato; trepidamente deposto sulla soglia della nostra libertà, che sosta come un mendico alla porta della nostra risposta.

L’Agnello diventa Pastore attraverso il dono sacrificale della sua vita: è il memoriale del pane spezzato, del sangue versato che diventano, stasera, la nostra eucarestia, quasi raccogliendo e inverando quelle parole: «Per le mie pecore io do la mia vita».

Ma dove ci conduce l’Agnello-Pastore? Dove guida il cammino delle sue pecore? «Diventeranno un solo gregge, un solo pastore». Cristo ci conduce all’unità, a quell’«uno solo» che non è impoverimento o sottrazione, che non è pochezza, ma pienezza: ci conduce a quell’«uno solo» che è il mare quieto dell’unità nella Trinità, è l’onda dell’amore trinitario che si frange sulla sponda della nostra umanità, della nostra storia.

Sorelle e fratelli miei, non siamo degli smarriti o dei girovaghi; non siamo dei picari che tentano l’avventura tra i mille anfratti della vita. Siamo i pellegrini dell’unità, i nomadi dell’unità. Perché nel profondo del cuore, che lo vogliamo o no, ciascuno di noi sente levarsi il suono di un flauto, sente sgorgare la canzone dell’uno.

LA PASSIONE DELL’UNITÀ

E quanto più, lasciati a noi stessi, continuiamo a frantumarci e frantumare, a dividerci e ignorarci, tanto più le nostre stesse ferite cantano dolorosamente la canzone dell’uno, la passione dell’unità.

Vorrei che stasera ripercorressimo lo spartito del vangelo, riconoscessimo il canto del desiderio e l’arsione per l’unità che ci brucia il cuore, attraverso la canzone di un menestrello che ha cantato per la Chiesa e per il mondo la melodia del diventare uno: «Un solo gregge, un solo pastore».

San Leopoldo Mandić, menestrello del vangelo, anch’egli agnello nel gregge di Cristo, come lui diventato pastore.

C’è un filo rosso che attraversa la vita e collega saldamente il ministero del confessionale con l’ecumenismo spirituale: è la passione per l’unità, il servizio alla riconciliazione, perché sul silenzio della negazione e del rifiuto, sul clamore della divisione e della competizione, tipica espressione del mercenario, potesse nascere il canto mite del perdono, la gioia dell’incontro, del reciproco riconoscimento, l’abbraccio che unisce e sana le ferite del cuore nel peccato personale, come le ferite ancor più tenaci e fonde della divisione ecclesiale.

L’ECUMENISMO SPIRITUALE

San Leopoldo è stato il menestrello povero e inerme, come Francesco, a cui Dio ha affidato la canzone della riconciliazione, il canto dolce dell’incontro e dell’abbraccio, perché egli lo andasse cantando nella notte dei cuori oscurati e impietriti dal peccato, nella notte delle Chiese, più preoccupate di rafforzare i recinti e gli ovili, che di uscire a formare quell’unico gregge che segue l’Agnello-Pastore.

Un servizio alla riconciliazione, dunque, un ministero di misericordia, per ridestare, nel silenzio di vite a Dio negate, nel clamore di Chiese su di sé ripiegate, il canto della riconciliazione, la canzone dell’unità.

Certo, quello di san Leopoldo non è stato un ecumenismo dottrinale, direttamente pastorale, men che meno politico o diplomatico: è stato quello che oggi chiameremmo un ecumenismo spirituale. Ed è giusto che fosse così perché egli ha percorso la via ecumenica, come un pastore in forma di agnello.

Egli ha capito che Gesù nel vangelo non ci ha chiesto l’unità con il tono dell’insegnamento o del comando, ma della preghiera rivolta al Padre e dell’impegno, della dedizione che egli stesso profonde per l’unità del gregge, fino al dono della vita.

È questo ecumenismo spirituale che anzitutto riconosce e confessa il nostro peccato, il peccato delle Chiese nel cammino della storia.

È questo ecumenismo spirituale che riconosce che la Chiesa è di Dio, non nostra; perciò solo da lui riceviamo l’unità, come partecipazione della vita trinitaria, come rifrangersi dell’onda dell’amore unitivo sulla battigia del tempo, dei nostri tempi, segnati da quello che abbiamo chiamato l’«autunno ecumenico».

San Leopoldo ha inteso che il primo gesto è quello di alzare le mani e di metterle tra le mani di Dio, perché se le mettiamo direttamente nelle questioni ecclesiali moltiplichiamo divisioni e lontananze.

È questo ecumenismo spirituale la soglia regale di tutti i percorsi unitivi, perché si affida all’azione e ai tempi dello Spirito, e si accorge che «l’ecumenismo esige pazienza... umiltà che rispetta l’altro... disponibilità a imparare e a lasciarsi correggere dall’altro... gioia e gratitudine per le ricchezze spirituali dell’altro, una permanente riconduzione all’essenziale della propria fede, dottrina e prassi, sempre di nuovo da purificare e da nutrire con la Scrittura, tenendo fisso lo sguardo al Signore... L’ecumenismo consiste nella disponibilità a perdonare e a cominciare sempre di nuovo nella ricerca dell’unità e, infine, nella collaborazione alle opere di carità e alla testimonianza per un Dio che si rivela davanti al mondo» (J. Ratzinger, Ecumenismo: crisi o svolta?, Qiqajon 2005, p.6).

ALLA RADICE DI OGNI DIVISIONE

San Leopoldo aveva capito che il peccato personale, il male del mondo e la divisione tra le Chiese avevano tutte una stessa radice: il Diàbolos, colui che si oppone, colui che si lancia contro, che separa e divide, colui che è il lupo del gregge di Cristo e pertanto «rapisce e disperde».

Perciò l’ecumenismo di questo menestrello di Cristo, san Leopoldo, partiva dalla conversione del cuore e dalla santità della vita, perché intendeva che solo a partire da lì, dalla radice di ogni divisione, era possibile curare e sanare le ferite della comunione, ricomporre nella sinfonia dell’unità le distonie e le dissonanze della Chiesa divisa.

Ecco la nostra sosta di stasera; ecco il nostro raccoglierci attorno alla «memoria pericolosa» dei santi, di san Leopoldo Mandić, nel chiudersi dell’Anno Leopoldiano nel 70° anniversario della sua morte e anticipa il ricordo del 30° anniversario della sua canonizzazione.

La figura di san Leopoldo ci rammemora che «forse non siamo ancora del tutto maturi per l’unità e abbiamo bisogno della spina della carne, che è l’altro nella sua alterità, per risvegliarci da un cristianesimo dimezzato, riduttivo. Forse è necessario rimanere ancora spina l’uno per l’altro. Ed esiste un dovere di lasciarci purificare e arricchire dall’altro. Forse ci aiuta più l’ascolto umile, reciproco nella diversità che non un’unità superficiale. Tutti questi atteggiamenti devono sempre essere collegati con la volontà ferma di diventare maturi per il momento dell’unità... per farci capaci e degni dell’unità definitiva» (Ivi, pag. 7) .

La preghiera e l’esempio di san Leopoldo Mandić indicano questa strada, dove lui, a immagine di Cristo, è stato Agnello divenuto Pastore, per sostenere e precedere il cammino della Chiesa, il cammino di noi tutti, suoi fratelli.

(Omelia della solenne concelebrazione eucaristica nella festa di san Leopoldo, Padova, 12.5.2013. Adattamento a cura della redazione di ‘Portavoce di san Leopoldo Mandić’)

 

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